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Intervista a Mario Baudino: Otto Rahn, il cacciatore del Graal perduto

Mario Baudino

Cercava il Graal, trovò il nazismo. Mario Baudino ha ricostruito nel Mito che uccide la storia di Otto Rahn, l'intellettuale tedesco largamente responsabile non solo del moderno successo turistico della Linguadoca, il ”Paese Cataro“, ma soprattutto della mitologia secondo cui i catari, gli antichi eretici del Midi francese, possedevano il Sacro Graal. La vita, breve, di questo misterioso e contraddittorio personaggio, morto suicida nel 1939 poco prima che scoppiasse la Seconda Guerra mondiale, ha lasciato dietro di sé un cumulo di leggende, trasformandolo in un eroe dell'occultismo. La verità storica, raccontata con piglio romanzesco in una ”inchiesta sul passato“ dove nulla è inventato, frutto di attente ricerche in Francia e in Germania, è invece diversa, anche più affascinante. Rahn incarna la figura dell'intellettuale novecentesco che stringe col potere totalitario un patto col diavolo, da cui viene stritolato. E nello stesso tempo è il maggior architetto di una favola destinata a sopravvivergli, ancor oggi molto popolare il tutto il mondo, che associa la mistica coppa cercata dai cavalieri di Artù all'eresia del XII e XIII secolo, ai templari, e infine ai nazisti.

È una leggenda che parla di misteriosi tesori, di segreti storici custoditi e occultati gelosamente, e che ha conquistato i grandi media con film come quelli di Indiana Jones o best seller come il recentissimo Codice da Vinci di Dan Brown, largamente ispirato a Il santo Graal, un altro fantasioso successo di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln. Si è imposta molto al di là dei circoli esoterici in cui per lungo tempo sembrava confinata, che dilaga su Internet, e rappresenta in qualche modo un nuovo, popolarissimo mito. Mario Baudino ha così risposto ad alcune domande su Il mito che uccide.

D. Ma che cosa cercava veramente questo discusso Otto Rahn nella Linguadoca degli Anni Trenta, tra Tolosa e le valli pirenaiche dove si era consumata, sette secoli prima, l'ultima orgogliosa resistenza contro la Crociata bandita da Innocenzo III? E che cosa trovò? È credibile la tradizione secondo cui Rahn riuscì a impossessarsi della Sacra Coppa e addirittura a consegnarla a Hitler?

R. Si tratta naturalmente di una fantasia. Ma in un certo senso Rahn fece proprio questo, almeno sul piano simbolico. Consegnò al nazismo, non a Hitler, che non si interessò mai di lui, ma in particolare al clan di Heinrich Himmler, una mitologia incontrata quasi per caso in Francia, una mitologia ancora un po' provinciale che, grazie al successo della Crociata contro il Graal, il libro da lui pubblicato nel '33, divenne un nuovo mito internazionale, venato di razzismo e di occultismo. Portò in dono a Himmler un Graal simbolico, ma non poco efficace.

D. E che cosa ebbe in cambio?

R. L'illusione del successo, per un periodo brevissimo; e la morte. Per lui il Graal fu veramente ”il mito che uccide“. Detto ciò, va aggiunto che Rahn è rimasto come un fantasma dietro la sua opera. Un fantasma ambiguo, ora dipinto come una spia nazista in territorio francese, ora come un ingenuo sognatore. È questa la molla che ha fatto scattare l'idea del libro. Mancava, al di là di tutte le deformazioni successive, qualcosa che assomigliasse a una storia vera, alla verità su di lui. Per questo ho cercato di ricostruire la sua vita, fra il 1930 quando arriva in Francia per la prima volta, e il marzo '39, quando si avvelena in mezzo a una tormenta di neve sulle montagne tirolesi. In quei nove anni c'è qualcosa che assomiglia a un film del Novecento. La risposta alla prima domanda, quella su che cosa cercava, è molto semplice: il successo personale, come accade a quasi tutti gli intellettuali, agli artisti, agli scrittori. Non lo ottenne se non in parte. E lo pagò caro.

D. Lei racconta le peripezie di quest'uomo, geniale e un po' mascalzone, sempre alla ricerca di soldi, sempre sul filo di un ultimo bluff. In Francia ci dice che tentò anche di diventare albergatore, ma nel giro di pochi mesi fu travolto dai debiti e dovette fuggire.

R. Fu costretto a tornare in Germania, dove senza accorgersene finì in trappola. Ma non facciamone una macchietta: era a suo modo assai fatuo, tanto che in pieno nazismo si vantava d'aver avuto in Linguadoca, nel suo albergo, come clienti e amiche, Joséphine Baker e Marlene Dietrich. Ma nello stesso tempo la sua fu una tragedia vera: cercò con tutte le sue forze di credere nella possibilità di influenzare il nazismo, divenne SS, trascorse persino due periodi di addestramento nei Lager di Dachau e di Buchenwald, proprio lui che aveva pianto sui catari sterminati. Incrociò tutti i grandi drammi tedeschi: scampò con qualche difficoltà alla Notte dei lunghi coltelli, quando le SS di Himmler sterminarono le SA di Roehm, e probabilmente non resse davanti all'orrore dopo la Notte dei cristalli, il primo grande pogrom contro gli ebrei. Molti israeliti vennero arrestati e internati in condizioni spaventose a Buchenwald, dove Rahn era di servizio proprio in quel periodo. Ne fu sconvolto, cominciò a parlare troppo.

D. È questa la causa della sua morte?

R. Ufficialmente Himmler lo costrinse a uccidersi perché stava diventando di dominio pubblico la sua omosessualità. Qualcuno lo aveva accusato durante un interrogatorio. Ma la coincidenza fra questo scandalo e le reazioni alla Notte dei cristalli è molto sospetta, dà da pensare. E non è neanche l'unica.

D. Ce ne sono altre di importanti?

R. È una vita di coincidenze, quella di Rahn, che in questo senso è proprio un romanzo, scritto da lui, dalla sua follia di eterno giocatore. Io racconto in parallelo la sua breve esistenza e le vicende dei catari, sette secoli prima, oltre che il formarsi e il fiorire della tradizione narrativa legata al tema del Graal. A un certo punto le due storie sembrano incontrarsi. Si specchiano a lungo l'una nell'altra, e infine, dopo tante coincidenze, quella conclusiva sembra quasi suggerire un legame segreto tra la morte dello scrittore-avventuriero e la caduta della roccaforte eretica di Montségur, simbolo di ciò che lui aveva indubbiamente di più caro. Mi perdonerà se non la svelo adesso. È proprio l'ultima pagina del libro.

D. Una conclusione a sorpresa?

R. In qualche modo sì, come in tutte le avventure. La fine del mio ”saggio“, se vogliamo chiamarlo così, è anche quella del ”romanzo“ di Rahn.